Commodity Weekly: si riducono le posizioni affollate mentre crescono i rischi energetici
Punti chiave:
- Il posizionamento amplifica la volatilità: la riduzione delle posizioni più affollate in obbligazioni, azioni e materie prime sta accentuando i movimenti dei prezzi e, in alcuni casi, mettendo in secondo piano i fondamentali.
- L'energia resta una fonte di pressione inflazionistica: l'escalation delle tensioni in Medio Oriente sostiene il greggio e i prodotti raffinati, mentre i timori per le forniture invernali spingono al rialzo i prezzi del gas in Europa e Asia.
- Pressioni divergenti sui metalli: oro e argento arretrano per effetto di vendite tecniche nonostante il calo dei rendimenti obbligazionari, mentre il rame resta esposto all’incertezza sui dazi USA e al rischio di un’inversione dell’eccezionale accumulo di scorte.
- Timori sulla crescita e rischi per l'offerta si incrociano: la debolezza del minerale di ferro riflette le difficoltà del settore siderurgico cinese, mentre le vendite su cereali e altre materie prime agricole risentono di fondamentali ribassisti e di un posizionamento speculativo elevato.
Una settimana dominata dal posizionamento e da segnali contrastanti
I mercati delle materie prime hanno attraversato un’altra settimana contrastata e, a tratti, turbolenta, in un contesto di generale avversione al rischio. La debolezza dei mercati azionari globali legata ai timori sull’intelligenza artificiale, le crescenti preoccupazioni per il debito pubblico francese e l’aumento dei prezzi dell’energia hanno pesato sul sentiment degli investitori. Questi sviluppi hanno alimentato i timori sia sulla crescita sia sull’inflazione, provocando brusche inversioni sui mercati finanziari e mettendo sotto pressione posizioni speculative sempre più affollate.
L’indice Bloomberg Commodity Total Return si avvia verso un modesto calo settimanale, pur mantenendo un rialzo di oltre il 35% da inizio anno. L’energia ha fornito ancora una volta il principale sostegno, trainata da gasolio e Brent, mentre metalli preziosi e cereali hanno registrato le perdite più marcate. L’argento è sceso di circa il 5,5%, il grano di quasi il 5% e l’oro di oltre il 3%, mentre metalli industriali e prodotti agricoli hanno mostrato andamenti più contrastanti.
Il tema dominante della settimana è stata la riduzione delle posizioni più affollate. I Treasury USA, in precedenza ipervenduti, hanno registrato un forte rimbalzo, mentre diverse materie prime, tra cui rame e zucchero, sono state interessate da vendite dopo aver attirato un significativo interesse speculativo nelle ultime settimane. Ne sono emersi segnali apparentemente contraddittori: i rendimenti obbligazionari sono scesi nonostante il ritorno dei timori inflazionistici, l’oro si è indebolito nonostante la domanda di asset rifugio e il petrolio è salito mentre aumentavano le preoccupazioni per la crescita economica.
La correzione non implica necessariamente un cambiamento delle prospettive di lungo periodo per le materie prime. Evidenzia piuttosto quanto il posizionamento possa, nel breve periodo, prevalere sui fondamentali nella formazione dei prezzi, soprattutto nelle fasi in cui diminuisce la propensione al rischio degli investitori.
Energia: i rischi per l'offerta aumentano nonostante i timori sulla crescita
Il greggio resta l’esempio più evidente di come i timori per l’offerta possano prevalere su prospettive di domanda in deterioramento. Il Brent ha superato i 114 USD al barile e si avvia verso la chiusura settimanale più alta da giugno 2022, mentre gli attacchi alle infrastrutture saudite alimentano i timori di interruzioni più ampie delle forniture in Medio Oriente.
Nel frattempo, le indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero elaborato piani per possibili nuovi attacchi all’Iran dopo le elezioni di medio termine statunitensi del prossimo mese hanno aggiunto ulteriore incertezza geopolitica. A rafforzare i timori contribuiscono anche le notizie secondo cui un terzo gruppo d’attacco con portaerei statunitensi sarebbe diretto verso il Medio Oriente.
Il WTI è tornato sopra i 100 USD al barile, ma continua a sottoperformare il Brent, mantenendo il premio del benchmark internazionale sopra i 13 USD. L’ampliamento dello spread riflette l’impatto sempre più disomogeneo del conflitto in Medio Oriente sulla disponibilità di greggio nella regione, sui costi di trasporto e sul valore dei barili che restano al di fuori delle catene di approvvigionamento interessate dalle interruzioni.
Finora le esportazioni di greggio dalla regione si sono dimostrate relativamente resilienti, grazie a rotte alternative e adeguamenti logistici. Tuttavia, cresce il timore che ulteriori attacchi possano colpire impianti di produzione, lavorazione o esportazione, provocando interruzioni difficili da compensare semplicemente attraverso la deviazione delle spedizioni.
I prodotti raffinati restano particolarmente esposti. Diesel e gasolio continuano a essere scambiati sopra i 200 USD, sostenuti da un’offerta limitata e da una ripresa ancora molto lenta delle spedizioni dal Golfo Persico, uno dei principali poli mondiali della raffinazione. Anche i prezzi del gas naturale in Europa e Asia sono aumentati per i timori legati alle forniture invernali. I futures europei TTF hanno guadagnato circa il 7% questa settimana, raggiungendo un massimo degli ultimi quattro anni a 93,50 EUR per MWh, circa 30,5 USD per MMBtu. Livelli di stoccaggio relativamente bassi rendono infatti l’Europa sempre più dipendente dalle importazioni in vista dell’inverno.
Per mettere in prospettiva la situazione dell’offerta, le scorte europee di gas si attestano attualmente intorno a 845 TWh, circa 100 TWh in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il deficit equivale all’energia trasportata da oltre 80 grandi navi metaniere, evidenziando l’entità delle importazioni aggiuntive necessarie per ricostituire le riserve prima dell’inverno. Rispetto alla media degli ultimi cinque anni, il deficit equivale a quasi 140 navi metaniere.
In netto contrasto, il gas naturale statunitense è sceso bruscamente, avvicinandosi al fine settimana intorno a 2,70 USD per MMBtu, in un contesto caratterizzato da una domanda contenuta per il riscaldamento e da una produzione elevata. Una divergenza che mette in evidenza equilibri regionali tra domanda e offerta molto diversi.
La preoccupazione più ampia è che un aumento prolungato dei prezzi dell’energia possa alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche proprio mentre l’attività economica mostra segnali di rallentamento. Uno scenario di questo tipo complicherebbe le prospettive per la politica monetaria e aumenterebbe il rischio di stagflazione, lasciando il comparto energetico sostenuto anche in una fase di debolezza per altre materie prime.
Metalli preziosi: le vendite tecniche prevalgono sui tradizionali fattori di supporto
Il calo dell’oro è stato particolarmente significativo perché si è verificato parallelamente a un forte rally dei Treasury USA. In condizioni normali, il calo dei rendimenti obbligazionari e l’aumento della domanda di beni rifugio avrebbero fornito sostegno al metallo prezioso. Questa settimana, tuttavia, le vendite legate al momentum e la liquidazione delle posizioni long hanno prevalso su questi fattori.
L’oro spot è sceso brevemente sotto i 4.000 USD durante la sessione asiatica di venerdì, dopo che la rottura del supporto intorno a 4.060 USD nella seduta di giovedì ha accelerato le vendite tecniche. Il metallo si avvia verso il calo settimanale più marcato degli ultimi mesi e, potenzialmente, verso la peggiore chiusura settimanale da novembre, nonostante la persistente incertezza geopolitica e i crescenti dubbi sulla tenuta del rally azionario.
L’argento ha subito una correzione ancora più pronunciata, scendendo verso un minimo degli ultimi 11 mesi vicino a 54 USD. Il rapporto oro/argento è salito oltre 74, raggiungendo a sua volta un massimo degli ultimi 11 mesi e riflettendo la maggiore debolezza relativa dell’argento in un contesto di riduzione del rischio e timori sulla domanda industriale.
La recente dinamica dei prezzi suggerisce che le vendite speculative di breve periodo stiano prevalendo sulla domanda degli investitori, che hanno continuato ad accumulare oro attraverso gli ETF quasi ininterrottamente da luglio, alla ricerca di protezione dall’instabilità fiscale, dalla svalutazione delle valute e dai rischi geopolitici.
È importante sottolineare che la correzione non implica necessariamente un cambiamento nelle prospettive di lungo periodo dell’oro. Mostra però come anche un asset sostenuto da una domanda strutturale possa subire correzioni significative quando gli investitori riducono rapidamente le posizioni speculative.
L’attenzione si sposta ora sulla capacità dell’oro di stabilizzarsi. Un primo riferimento è rappresentato dalla linea di tendenza rialzista che collega i minimi di ottobre 2025 e luglio 2026, attualmente in area 3.985 USD. Il livello di 4.060 USD, recentemente violato al ribasso, potrebbe invece rappresentare una prima resistenza, prima dell’area chiave intorno a 4.230 USD. Una ripresa duratura potrebbe dipendere dalla stabilizzazione dei prezzi dell’energia, dalla continuità della domanda da parte delle banche centrali e degli investitori in ETF e dall’esaurimento della recente fase di liquidazione delle posizioni long.
Rame: le elevate scorte USA mettono i dazi al centro dell'attenzione
Il rame resta sotto pressione, con i futures HG in calo nella settimana dopo la rottura del supporto intorno a 6,52 USD. Sebbene i dubbi sulla sostenibilità degli investimenti legati all’intelligenza artificiale abbiano contribuito a indebolire il sentiment, al momento emergono pochi segnali di un deterioramento significativo delle prospettive di domanda di lungo periodo legate all’elettrificazione, alle reti elettriche e ai data center.
Un problema più immediato è rappresentato dallo straordinario squilibrio geografico delle scorte di rame e dall’incertezza sulla futura politica commerciale statunitense.
Le scorte monitorate dalle tre principali borse dei futures sono aumentate per la quarta settimana consecutiva, raggiungendo circa 1,05 milioni di tonnellate. Il calo di 19,6 mila tonnellate registrato a Shanghai, che ha portato le scorte vicino ai minimi degli ultimi due anni e mezzo, è stato più che compensato dagli aumenti di 6,8 mila tonnellate al COMEX e di 47,5 mila tonnellate alla LME, con gran parte di quest’ultimo incremento concentrato nei magazzini statunitensi.
Le scorte complessive del COMEX e dei magazzini LME situati negli Stati Uniti hanno raggiunto 893 mila tonnellate, pari a circa l’85% del totale monitorato dalle borse a livello globale. Questa concentrazione eccezionale riflette mesi di accumulo delle scorte determinato dalle aspettative sui dazi e ha lasciato relativamente limitata la disponibilità di rame al di fuori degli Stati Uniti, nonostante l’aumento delle scorte complessive. In questo contesto, l’attenzione degli operatori si concentra sempre più sulla decisione di Washington in merito all’eventuale introduzione di dazi sulle importazioni di rame raffinato, potenzialmente a partire da gennaio 2027.
Una decisione contraria all’introduzione dei dazi potrebbe portare a un progressivo smantellamento delle scorte accumulate negli Stati Uniti, qualora l’evoluzione dei differenziali regionali rendesse conveniente riportare sul mercato parte del metallo. Questo scenario potrebbe esercitare pressioni sui prezzi, anche se tempi ed entità dei flussi fisici dipenderebbero dai differenziali di prezzo regionali, dai costi di trasporto e dalla logistica dei magazzini. Al contrario, l’introduzione dei dazi potrebbe accentuare le distorsioni regionali dei prezzi e incentivare il mantenimento del metallo negli Stati Uniti, lasciando più limitata l’offerta disponibile altrove.
Minerale di ferro: la debolezza strutturale della Cina diventa più evidente
Se per il rame le sfide immediate riguardano soprattutto la politica commerciale e gli squilibri nelle scorte, il minerale di ferro deve affrontare un problema più strutturale: la debolezza della domanda cinese in presenza di un’abbondante offerta globale. I futures sul minerale di ferro negoziati a Singapore sono scesi brevemente sotto i 90 USD per tonnellata questa settimana, toccando il minimo degli ultimi due anni e portando il calo da inizio anno a circa il 15%.
La prolungata crisi del settore immobiliare cinese continua a frenare il consumo di acciaio, mentre la debole attività edilizia mantiene sotto pressione le acciaierie. Allo stesso tempo, l’abbondante offerta via mare e la prospettiva di un ulteriore aumento della produzione limitano il potenziale per una ripresa duratura.
Il contrasto con il rame è significativo. Le prospettive di domanda di lungo periodo del rame continuano a essere sostenute dall’elettrificazione e dagli investimenti nelle infrastrutture, mentre il minerale di ferro rimane fortemente dipendente dai tradizionali settori cinesi delle costruzioni e dell’immobiliare. Senza un miglioramento significativo della domanda di acciaio in Cina o una maggiore disciplina sul fronte della produzione, il minerale di ferro potrebbe continuare a incontrare difficoltà nel recuperare.
Agricoltura: posizioni affollate e fondamentali meno favorevoli
Cereali e soft commodity offrono ulteriori segnali di una volatilità alimentata dal posizionamento. Il grano è sceso di quasi il 5% questa settimana, sulle prospettive di una de-escalation del conflitto tra Russia e Ucraina, mentre anche mais e zucchero hanno registrato perdite significative. La correzione dei cereali arriva dopo diverse settimane di liquidazione delle posizioni long speculative, inizialmente innescata da prospettive di offerta sempre più ribassiste, tra cui le ultime stime dell’USDA, che indicano una maggiore produzione e scorte di mais negli Stati Uniti.
Il mese scorso i fondi speculativi avevano accumulato oltre un milione di contratti net long sul grano, lasciando il mercato particolarmente esposto quando le aspettative rialziste hanno iniziato a indebolirsi.
Una dinamica simile ha interessato lo zucchero, dove le posizioni speculative net long hanno recentemente raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni. Un’esposizione così elevata può amplificare i movimenti al ribasso quando l’andamento dei prezzi non conferma le aspettative rialziste.
Guardando avanti, le condizioni meteorologiche, compreso il potenziale impatto di un El Niño particolarmente intenso sulla produzione agricola globale, restano un fattore importante. Nel breve periodo, tuttavia, l’andamento dei prezzi potrebbe continuare a essere condizionato dalla riduzione dell’esposizione speculativa, prima che i fondamentali tornino a svolgere un ruolo predominante.
Prospettive: quando il posizionamento lascerà spazio ai fondamentali?
Le prossime settimane aiuteranno a capire se la recente correzione rifletta principalmente la riduzione dell’eccesso di posizionamento speculativo o l’inizio di un deterioramento più persistente della domanda globale.
La distinzione è importante. Una fase di vendite determinata dal posizionamento può attenuarsi una volta esaurita la liquidazione, soprattutto nei mercati in cui l’offerta resta limitata. Una debolezza legata ai fondamentali, al contrario, potrebbe indicare prospettive meno favorevoli per la domanda.
Per ora, l’energia resta sostenuta dai rischi immediati per l’offerta, mentre i metalli preziosi cercano stabilità dopo le recenti rotture tecniche e le commodity industriali presentano dinamiche molto diverse. Sul rame, l’attenzione si concentra sempre più sulla politica statunitense in materia di dazi e sull’evoluzione delle scorte, mentre il minerale di ferro continua a risentire della debolezza strutturale della domanda cinese.
Il messaggio centrale è che la riduzione delle posizioni più affollate ha pesato sui prezzi delle materie prime in diversi comparti, senza tuttavia eliminare i rischi sottostanti sul fronte dell’offerta. La loro eventuale riemersione dipenderà dalla velocità con cui si attenueranno le vendite speculative e dall’evoluzione delle preoccupazioni sulla crescita globale.
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