Oro e argento: perché il calo dei rendimenti non sostiene più le azioni
Punti chiave
- Brusca inversione dei rendimenti dei Treasury: un CPI USA superiore alle attese ha inizialmente spinto i rendimenti al rialzo, prima di una rapida inversione che li ha riportati sotto i livelli precedenti alla pubblicazione del dato.
- Segnale d’allerta dal settore tecnologico: la mancata reazione positiva dei titoli tech al calo dei rendimenti riaccende i dubbi sulle valutazioni elevate e sulla sostenibilità del rally, anche se due sedute non sono sufficienti a delineare una tendenza.
- Oro sostenuto dal calo dei rendimenti reali: la discesa dei rendimenti reali e la resilienza della domanda d’investimento hanno favorito il recupero dopo il dato sull’inflazione, anche se il quadro tecnico resta fragile.
- Argento ancora in ritardo rispetto all’oro: la debolezza dei metalli industriali e il superamento di quota 72,60 da parte del rapporto oro/argento aumentano il rischio di un’ulteriore sottoperformance dell’argento rispetto all’oro.
Un’inversione spettacolare nei Treasury solleva nuovi interrogativi
Le oscillazioni di mercoledì, innescate da un CPI USA superiore alle attese, suggeriscono un possibile cambio di priorità da parte degli investitori, con implicazioni che vanno oltre il mercato obbligazionario. L’oro ha recuperato le perdite iniziali grazie al netto arretramento dei rendimenti, mentre i titoli tecnologici non hanno beneficiato del calo del costo del capitale. L’argento, intanto, ha faticato, complice il clima di avversione al rischio sui metalli industriali, favorendo così la forza relativa dell’oro.
A settembre, l’inflazione headline è salita al 3,7%, dal 3,4%, mentre quella core ha raggiunto il 2,6%, dal 2,4%. La reazione iniziale è stata quella attesa: vendite sui Treasury, con il rendimento a 2 anni in rialzo di 16 punti base durante la seduta e quello a 10 anni di 12 punti base, pressione sull’oro e debolezza dei mercati azionari, soprattutto nel settore tecnologico.
Poi è arrivata l’inversione. Con il deteriorarsi del clima di mercato, gli acquisti difensivi e le ricoperture delle posizioni corte sui Treasury hanno cancellato il rialzo iniziale dei rendimenti, spingendoli al di sotto dei livelli precedenti alla pubblicazione del dato. Anche il dollaro ha perso slancio, con il Bloomberg Dollar Index in calo dello 0,7% rispetto al picco successivo al CPI, offrendo ulteriore sostegno all’oro. Nella seduta di giovedì, il rendimento del Treasury a 2 anni è sceso intorno al 4,73%, mentre quello a 10 anni è arretrato sotto il 5,09%, ai minimi da tre settimane.
L’inversione è stata probabilmente amplificata dalle ricoperture delle posizioni corte dopo una fase prolungata di vendite che aveva reso il posizionamento particolarmente sbilanciato. Ma la contemporanea debolezza del settore tecnologico solleva un interrogativo più ampio: gli investitori stanno diventando più preoccupati per la tenuta del rally azionario che per l’immediata traiettoria dell’inflazione e dei tassi?
Quando il calo dei rendimenti non sostiene più le azioni
Nell’ultima fase del rally azionario, il calo dei rendimenti ha spesso sostenuto i titoli growth, in particolare quelli tecnologici, riducendo il tasso di sconto applicato agli utili attesi nel futuro. Mercoledì, però, questa relazione è stata messa in discussione: nonostante la forte discesa dei rendimenti, il settore tecnologico non ha reagito positivamente. Un segnale che il mercato potrebbe guardare con maggiore attenzione agli utili attesi, alle valutazioni elevate e agli ingenti investimenti legati al boom dell’AI.
La distinzione tra società con solidi flussi di cassa e quelle maggiormente dipendenti da finanziamenti costosi potrebbe quindi diventare sempre più rilevante. Considerato il ruolo centrale dell’AI nel rally azionario, un ridimensionamento delle aspettative sui ritorni degli investimenti potrebbe avere conseguenze più ampie sull’appetito per il rischio.
Detto questo, due sedute di debolezza non sono sufficienti per decretare l’inizio di una correzione più profonda. Prese di profitto, posizionamento eccessivamente sbilanciato e fattori tecnici possono provocare battute d’arresto temporanee. Resta però da monitorare il fatto che il calo dei rendimenti non sia riuscito a sostenere le azioni.
Oro tra venti contrari macro e domanda difensiva
Per l’oro, il quadro resta ambivalente. Dopo il brusco calo iniziale, provocato dal rialzo dei rendimenti e dal rafforzamento del dollaro, il successivo recupero dei Treasury ha consentito al metallo prezioso di recuperare gran parte delle perdite. Giovedì le quotazioni si attestavano intorno a 4.150 USD, dopo essere scese fino a circa 4.066 USD.
Il rimbalzo riflette la presenza di forze contrapposte. Gli operatori di breve periodo restano sensibili all’andamento dei rendimenti, del dollaro e alle aspettative sulla Fed. I rendimenti reali dei Treasury decennali sono scesi al 2,72%, da livelli appena inferiori al 3%, ma rimangono storicamente elevati. I venti contrari per l’oro si sono quindi attenuati, ma non sono scomparsi.
Gli investitori continuano invece a guardare all’oro come strumento di diversificazione rispetto ai rischi fiscali, geopolitici e di mercato. Questo contribuisce a spiegare la resilienza della domanda attraverso gli ETF nonostante la correzione dei prezzi e i rendimenti elevati. Dal picco del 25 agosto, le consistenze degli ETF sull’oro sono aumentate di circa 2,3 milioni di once, mentre sul mercato dei futures gli speculatori hanno effettuato vendite nette per circa 4,1 milioni di once.
Il quadro tecnico resta delicato. L’oro si muove all’interno di un canale ribassista da agosto e quota al di sotto delle medie mobili a 21, 50 e 200 giorni. Un superamento di 4.175 USD potrebbe aprire la strada a una fase di consolidamento, mentre un movimento sopra 4.235 USD migliorerebbe il sentiment degli operatori che seguono il momentum. Al contrario, una discesa sotto 4.066 USD aumenterebbe il rischio di un test di quota 4.000 USD, area che rappresenta un supporto dinamico di lungo periodo.
Argento in affanno mentre prevale l’appeal monetario dell’oro
L’argento continua a faticare, penalizzato anche dalla debolezza dei metalli industriali. Il rame è sceso per la terza seduta consecutiva, complice l’attenuarsi dei timori per possibili interruzioni dell’offerta in Cile. A differenza dell’oro, l’argento combina una componente monetaria con una forte esposizione alla domanda industriale, risultando quindi più vulnerabile ai timori sulla crescita e sull’attività manifatturiera.
La divergenza è evidente nel rapporto oro/argento, salito sopra la resistenza chiave a 72,60, livello che ora potrebbe fungere da supporto. Il movimento segnala il rischio di un’ulteriore sottoperformance dell’argento rispetto all’oro.
Per ritrovare slancio, il calo dei rendimenti potrebbe non essere sufficiente. Potrebbero servire anche una stabilizzazione dei mercati azionari, un miglioramento del sentiment sul comparto industriale e una ripresa della domanda fisica.
Narrativa di mercato in evoluzione?
Le prossime sedute aiuteranno a capire se l’inversione di mercoledì sia stata soprattutto il risultato del posizionamento di mercato o il primo segnale di un cambiamento nelle priorità degli investitori.
Se i rendimenti continueranno a scendere mentre le azioni resteranno sotto pressione, l’oro potrebbe beneficiare di una crescente domanda difensiva, mentre l’argento potrebbe risentire maggiormente della sua esposizione alla domanda industriale. Al contrario, una stabilizzazione dei mercati azionari accompagnata da rendimenti più bassi creerebbe un contesto più favorevole per entrambi i metalli, offrendo all’argento la possibilità di recuperare parte del terreno perso.
Per l’oro, in questo secondo scenario, l’attenzione potrebbe progressivamente spostarsi dai venti contrari rappresentati dai tassi al suo ruolo di strumento di diversificazione del portafoglio, senza tuttavia escludere volatilità o ulteriori vendite tattiche nel breve periodo.
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