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Commodity weekly: lo shock elettorale scatena il sell-off, resistono solo i metalli preziosi

Materie Prime 5 minutes to read

Punti chiave

  • Lo shock elettorale scuote le materie prime: la netta vittoria dei Democratici alle elezioni di medio termine negli USA innesca una profonda rivalutazione dei rischi politici, economici e geopolitici, spingendo al ribasso energia e rame, mentre i metalli preziosi si muovono in controtendenza.
  • Il petrolio crolla sulle speranze di pace: il greggio perde quasi il 13% mentre i mercati scontano un possibile accordo USA-Iran, ma le persistenti interruzioni delle rotte marittime e le carenze di prodotti raffinati evidenziano il divario tra aspettative e condizioni del mercato fisico.
  • I fattori rialzisti del rame vengono messi alla prova: il ridimensionamento dell’ottimismo sugli investimenti nell’IA e le minori aspettative sui dazi statunitensi spingono il rame ai minimi da luglio, nonostante le persistenti tensioni sul fronte dell’offerta fisica.
  • L'oro rimbalza, ma restano i rischi legati all'inflazione alimentare: i metalli preziosi recuperano grazie alla copertura delle posizioni corte e ai minori timori sui tassi, mentre i prezzi alimentari globali restano elevati e il rafforzamento di El Niño minaccia nuove pressioni sull’inflazione agricola.

Lo shock politico scatena un ampio sell-off delle materie prime

Una settimana drammatica sui mercati finanziari globali ha visto le materie prime registrare la peggiore battuta d’arresto settimanale da aprile 2025. La netta vittoria dei Democratici alle elezioni di medio termine negli USA ha innescato una profonda rivalutazione dei rischi politici, economici e geopolitici. L’inaspettata perdita del controllo repubblicano di entrambe le Camere del Congresso ha indebolito politicamente il presidente Trump, sollevando dubbi sulla sua capacità di portare avanti l’agenda interna e modificando potenzialmente le prospettive per la politica fiscale statunitense, il commercio e il conflitto in corso in Medio Oriente.

La reazione iniziale dei mercati si è tradotta in un forte calo del prezzo del petrolio, alimentato dalle speranze che un’amministrazione Trump indebolita possa cercare una soluzione negoziata al conflitto con l’Iran. Le implicazioni si sono però rapidamente estese oltre il settore energetico, con gli investitori che si interrogano sulla possibilità che il nuovo scenario politico possa rallentare anche la rapida espansione delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, uno dei principali temi d’investimento a sostegno dei titoli tecnologici e dei metalli industriali.

Il sell-off è culminato giovedì con un crollo del 6% del Nasdaq 100, la peggiore performance giornaliera dalla crisi provocata dalla pandemia nel marzo 2020. L’entità del ribasso ha evidenziato la vulnerabilità delle posizioni più affollate a improvvisi cambiamenti delle aspettative, soprattutto dopo anni di ingenti flussi di capitale verso società e infrastrutture legate all’IA.

Le materie prime sono rimaste al centro della tempesta. Il Bloomberg Commodity Total Return Index (BCOM TR) è sceso di circa il 4,5%, riducendo il guadagno da inizio anno al 27%, ancora quasi quattro volte il rendimento dell’S&P 500. L’energia ha guidato i ribassi con una perdita del 9%, seguita da bestiame, soft commodity e cereali. I metalli industriali hanno ceduto l’1,6%, mentre i metalli preziosi si sono mossi in controtendenza, guadagnando il 5%, sostenuti dal calo dei rendimenti dei Treasury, dall’indebolimento del dollaro e dalle minori aspettative di un rialzo dei tassi della Federal Reserve a dicembre.

Nonostante l’entità del sell-off, il comparto delle materie prime resta nettamente in rialzo dall’inizio dell’anno, trainato soprattutto dall’eccezionale progresso dell’energia, pari all’80%. La domanda ora è se lo shock politico rappresenti un temporaneo aggiustamento delle aspettative o l’inizio di una rivalutazione più profonda dei fattori che finora hanno sostenuto i prezzi delle materie prime.

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Performance settimanale delle principali materie prime. Fonte: Bloomberg e Saxo. Nota: le performance passate non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri.

Il petrolio crolla mentre le speranze di pace si scontrano con la realtà del mercato fisico

Il greggio ha registrato il calo settimanale più marcato degli ultimi mesi, con Brent e WTI in ribasso di quasi il 13%, mentre gli investitori hanno iniziato a prezzare con maggiore convinzione la possibilità di un accordo negoziato tra Washington e Teheran. La prospettiva di una fine del conflitto, insieme alla ripresa dei flussi di greggio in Medio Oriente, ha alimentato le aspettative di una graduale attenuazione delle eccezionali interruzioni dell’offerta e delle pressioni sui prezzi dell’energia osservate quest’anno.

Il Brent si è brevemente avvicinato alla media mobile a 200 giorni, intorno a 93,55 USD, prima di rimbalzare verso i 100 USD sul finire della settimana, mentre i trader rivalutavano la probabilità di una rapida svolta diplomatica.

Il recupero riflette la crescente consapevolezza che il percorso verso un accordo complessivo resta lungo e incerto. L’Iran, le cui esportazioni di petrolio sono scese quasi a zero, chiede la fine del blocco navale statunitense, un allentamento delle sanzioni e lo sblocco degli asset congelati prima di accettare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, nuovi incidenti che coinvolgono petroliere e persistenti timori per la sicurezza continuano a evidenziare i rischi che gravano sul traffico marittimo regionale.

Il mercato fisico del petrolio mostra segnali di miglioramento, anche se la ripresa resta disomogenea. Le esportazioni di greggio dal Golfo sono aumentate sensibilmente rispetto ai minimi raggiunti durante la guerra, contribuendo ad allentare le pressioni sulla disponibilità di greggio e sui premi del mercato fisico. La situazione resta tuttavia molto più tesa sul fronte dei prodotti raffinati.

Le attività di raffinazione e le esportazioni di prodotti petroliferi dal Medio Oriente rimangono ben al di sotto dei livelli precedenti al conflitto, mantenendo i mercati globali di diesel, cherosene e carburante per l’aviazione esposti a tensioni sull’offerta e prezzi elevati. Questo contribuisce a spiegare perché i prezzi dei prodotti raffinati e i crack spread abbiano mostrato una maggiore tenuta rispetto al greggio, nonostante il forte calo dei prezzi di riferimento. La distinzione è importante: prezzi del greggio più bassi non si tradurranno necessariamente in una riduzione equivalente dei costi dei carburanti per i trasporti e l’industria finché l’attività delle raffinerie e i flussi commerciali dei prodotti raffinati non torneranno alla normalità.

La dimensione politica aggiunge un ulteriore elemento di incertezza. Sebbene l’indebolimento della posizione interna di Trump possa aumentare gli incentivi a perseguire una soluzione diplomatica, le decisioni di politica estera e militare restano in larga misura prerogativa del presidente. Il fallimento dei negoziati o una nuova escalation potrebbero quindi ripristinare rapidamente parte del premio per il rischio geopolitico.

Per il momento, il mercato petrolifero sta scontando con crescente convinzione uno scenario più disteso, mentre il mercato fisico continua a riflettere i notevoli ostacoli che ancora impediscono un pieno ritorno alla normalità.

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Brent (greggio). Fonte: Saxo. Nota: le performance passate non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri.

I prezzi del gas naturale in Europa crollano, con i futures TTF di riferimento avviati verso il calo settimanale più marcato da oltre un anno, pari a circa il 16%. Le speranze di una soluzione negoziata al conflitto in Medio Oriente hanno alimentato le aspettative di una ripresa dei flussi di GNL prima del picco della domanda invernale. I progressi diplomatici restano tuttavia limitati, mentre il conflitto ha interrotto forniture pari a quasi un quinto del commercio mondiale di GNL che normalmente transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Con l’Europa alle porte del periodo di maggiore domanda stagionale, una tempestiva ripresa delle esportazioni di GNL dal Medio Oriente sarà fondamentale per attenuare le preoccupazioni sull’offerta ed evitare nuovi picchi dei prezzi.

Il rame affronta una doppia sfida tra IA e attese sui dazi

Il rame ha registrato una delle perdite settimanali più marcate dell’anno, cedendo oltre il 4% e scendendo ai minimi da luglio prima di rimbalzare, mentre il terremoto politico a Washington ha messo sotto pressione due importanti pilastri dello scenario rialzista.

Il primo riguarda l’intelligenza artificiale. La straordinaria espansione di data center, reti elettriche e infrastrutture connesse è diventata una componente sempre più importante delle prospettive di crescita della domanda di rame. La vittoria elettorale dei Democratici ha però alimentato i timori che una maggiore attenzione ai costi energetici, al consumo di acqua e all’impatto ambientale dei data center possa ritardare o limitare lo sviluppo di nuovi progetti.

Queste preoccupazioni hanno contribuito al forte sell-off del settore tecnologico, spingendo gli investitori a interrogarsi sulla possibilità che le centinaia di miliardi di dollari destinati alle infrastrutture legate all’IA possano continuare a crescere allo stesso ritmo.

La seconda sfida riguarda la politica commerciale statunitense. Le aspettative di possibili dazi sul rame raffinato hanno incentivato un consistente accumulo di scorte negli Stati Uniti, alterando gli equilibri regionali dell’offerta e contribuendo a mantenere elevati i premi su altri mercati. Una diminuzione della probabilità di nuovi dazi potrebbe riportare parte di queste scorte sui mercati internazionali, attenuando le tensioni sull’offerta che hanno sostenuto i prezzi.

Nessuno dei due sviluppi ha tuttavia modificato in modo sostanziale il quadro dell’offerta nel breve periodo. I produttori di rame continuano a faticare nel raggiungere gli obiettivi di produzione, mentre il Cile, primo produttore mondiale, ha recentemente registrato livelli produttivi particolarmente deboli. Allo stesso tempo, gli elevati premi all’importazione in Cina e le tensioni sugli spread delle scadenze più ravvicinate continuano a segnalare una disponibilità limitata di metallo sul mercato fisico.

Il rame si trova quindi stretto tra due forze contrapposte: da un lato, aspettative più deboli sulla crescita della domanda futura; dall’altro, persistenti tensioni sull’offerta nel breve periodo. La capacità del metallo di mantenere la relativa resilienza mostrata durante la recente correzione dipenderà dall’entità di eventuali rinvii degli investimenti legati all’IA, dall’evoluzione della politica statunitense sui dazi e dalla disponibilità delle scorte attualmente concentrate nei magazzini americani.

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Rame HG alla prova del supporto di lungo periodo tra incertezze su IA e dazi. Fonte: Saxo. Nota: le performance passate non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri.

L'oro e l'argento rimbalzano mentre si attenuano i timori su inflazione e tassi

I metalli preziosi sono emersi come i chiari vincitori della settimana, con l’oro in rialzo del 5%, l’argento del 5,7% e il platino del 6,8%, recuperando parte delle pesanti perdite registrate in ottobre.

Il rimbalzo è stato inizialmente sostenuto da una forte copertura delle posizioni corte, dopo che la recente discesa dell’oro sotto i 3.970 USD aveva attirato vendite tecniche e legate al momentum. Il forte calo del petrolio ha poi fornito ulteriore sostegno, attenuando i timori sull’inflazione nel breve termine e le aspettative di un ulteriore inasprimento della politica monetaria da parte della Federal Reserve.

Il calo dei rendimenti dei Treasury e l’indebolimento del dollaro hanno rafforzato il recupero, mentre la vittoria dei Democratici ha sollevato dubbi sull’entità di un’ulteriore espansione fiscale negli USA, riducendo potenzialmente alcune delle pressioni che avevano sostenuto i rendimenti obbligazionari. Il rimbalzo non è stato tuttavia privo di ostacoli. La rinnovata debolezza dei titoli tecnologici ha alimentato una più generale avversione al rischio e prese di profitto, mentre il recupero del petrolio verso i 100 USD ha ridimensionato parte del sostegno derivante dalle minori pressioni inflazionistiche.

Per l’oro, l’area compresa tra 3.970 e 3.975 USD resta un importante riferimento tecnico, avendo alternato il ruolo di supporto e resistenza nelle recenti sedute. Un recupero sostenuto sopra quest’area, seguito da un superamento dei 4.225 USD, rafforzerebbe l’ipotesi che la recente pressione di vendita si stia esaurendo.

Per l’argento, il quadro appare più complesso. Il metallo beneficia degli stessi fattori monetari favorevoli all’oro, ma rimane maggiormente esposto ai timori sulla domanda industriale e alle prospettive di crescita dell’economia globale.

Nonostante i guadagni della settimana, i metalli preziosi restano in calo dall’inizio dell’anno, a testimonianza dell’entità della precedente correzione e della strada ancora necessaria per consolidare un recupero duraturo.

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Oro spot. Fonte: Saxo. Nota: le performance passate non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri.

L'agricoltura resta sotto pressione

Le materie prime agricole hanno attraversato un’altra settimana difficile, con i cereali in calo del 2,5%, le soft commodity del 3,3% e il bestiame del 3,8%, prolungando la debolezza di ottobre, quando il Bloomberg Agriculture Index aveva perso l’8,7%. La pressione legata ai raccolti negli Stati Uniti, le aspettative di un miglioramento delle esportazioni dal Mar Nero e la forte liquidazione delle posizioni speculative lunghe hanno pesato sui prezzi. Il crollo del greggio ha aggiunto ulteriore pressione sulle colture legate ai biocarburanti, in particolare sull’olio di soia, sceso del 6,2%.

Nonostante il calo dei futures agricoli, l’inflazione alimentare globale resta un fattore di attenzione. Il FAO Food Price Index è diminuito dell’1,6% in ottobre, ma rimane del 5,9% sopra i livelli di un anno fa, registrando l’incremento annuo più rapido da oltre un anno. I prezzi più bassi di cereali, prodotti lattiero-caseari e carne contrastano con la persistente forza degli oli vegetali e dello zucchero, saliti rispettivamente del 18% e del 29% nell’ultimo anno.

La divergenza riflette in parte la diversa composizione degli indici. Il FAO Food Price Index comprende una gamma più ampia di prodotti alimentari scambiati a livello internazionale, mentre il Bloomberg Agriculture Index è maggiormente influenzato dall’andamento dei cereali e dal posizionamento speculativo. Anche i costi di trasformazione e di trasporto contribuiscono alla dinamica dei prezzi finali al consumo.

Guardando avanti, il rafforzamento di El Niño rappresenta un rischio per la produzione agricola in alcune aree dell’Asia, dell’Australia e del Sud America. Eventuali interruzioni dell’offerta legate alle condizioni climatiche potrebbero invertire parte dei recenti ribassi e alimentare nuove pressioni sull’inflazione alimentare.

Prospettive: aspettative finanziarie alla prova della realtà fisica

La prossima settimana metterà alla prova fino a che punto i mercati abbiano anticipato le conseguenze del nuovo scenario politico a Washington. Per il petrolio, l’attenzione resterà sui negoziati tra USA e Iran, sulla sicurezza della navigazione e sulla velocità di ripresa delle attività di raffinazione e delle esportazioni di prodotti raffinati. Per il rame, sarà importante capire se i timori sugli investimenti nell’IA si tradurranno in effettivi ritardi dei progetti e se il nuovo contesto politico ridurrà in modo significativo la probabilità di dazi statunitensi sulle importazioni.

La capacità dell’oro di consolidare il recente recupero tecnico dipenderà in parte dalla tenuta del calo dei rendimenti dei Treasury e delle minori aspettative di un ulteriore inasprimento della politica monetaria della Fed, soprattutto in caso di nuove turbolenze sui mercati azionari.

La distinzione centrale resta quella tra ciò che i mercati finanziari stanno iniziando a prezzare e ciò che è realmente cambiato nei mercati fisici delle materie prime. Sebbene le elezioni abbiano modificato le aspettative sulla politica economica, sulla crescita e sugli sviluppi geopolitici, molte delle tensioni sull’offerta che avevano sostenuto i prezzi delle materie prime all’inizio dell’anno restano irrisolte. I mercati rimangono quindi vulnerabili a bruschi movimenti in entrambe le direzioni, mentre le nuove aspettative politiche si confrontano con la realtà economica e con le condizioni dell’offerta fisica.

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